Giuseppe Iammarrone nasce il 1 novembre 1937 a San Paolo di Civitate in provincia di Foggia, un piccolo paese dell’ entroterra pugliese ai confini con il Molise. Proveniente da una famiglia di contadini, da giovanissimo si appassiona alla fotografia sfogliando le riviste e le pubblicazioni di foto che un suo zio riportó dall’ America. Inizió a frequentare lo studio dell’ unico fotografo del paese, studiava manuali e riviste specialistiche ed imparó ben presto a conoscere anche le tecniche dello sviluppo e della stampa in bianco e nero. Amava anche il cinema, andava spesso nella cabina di proiezione dove si divertiva a giuntare gli spezzoni di pellicola delle pizze dei film, per poter poi raccogliere i pezzi che avanzavano e rivederseli a casa con un piccolo proiettore regalatogli dallo zio. Rimase nel suo paese natio fino all’ etá di sedici anni, quando decise di fare un concorso per entrare nell’ Aeronautica Militare come fotografo, solo che lo vinse con un incarico diverso. Rimase nell’Arma per venticinque anni, spostandosi lungo la penisola ed inizió in Sardegna la sua carriera di quella che lui amava definire “una lunga vicenda fotografica“ perché nella caserma di destinazione avevano bisogno di un fotografo. Acquistó la sua prima macchina fotografica una Closter, anche se il suo sogno era di poter fotografare con una Zeiss o una Leica. Si riveló ben presto in lui un gran talento per il reportages, nei suoi spostamenti amava scoprire e raccontare la vita della gente comune nelle cittá e nelle campagne, mendicanti, i giochi dei ragazzi nei vicoli scuri delle cittá del sud Italia; famose sono le immagini che scattó a dei ragazzini nei vicoli di una Taranto degli anni 50 o le sue indagini all’ interno di una casa rurale dell’ entroterra pugliese raccontando, come attento osservatore qual era, la quotidianità di una realtá a pochi allora conosciuta. Questo spirito di ricerca lo portó ad interessarsi a studi di carattere antropologico con una particolare attenzione per il vissuto rurale e le tradizioni dei riti propiziatori nella civiltà contadina. All’ inizio degli anni ’60 si trasferí definitivamente in Abruzzo a Pescara, acquista la prima reflex, una Nikon F e successivamente la sua inseparabile Leica, con le quali scattó fotografie fino alla sua scomparsa. Dal suo matrimonio nel 1965 nasceranno tre figli Paolo, Elisabetta, Silvia. Comincia a realizzare numerosi reportages tra l’ Abruzzo e la Puglia, pubblicando le sue immagini nelle maggiori riviste fotografiche e testi di carattere scientifico- antropologico. A lui si deve la riscoperta e la rivalutazione di interesse antropologico delle feste popolari in Abruzzo; per primo fotografa e pubblica le foto delle Farchie di Fara Filiorum Petri, dei Serpari di Cocullo, delle Verginelle di Rapino, del Lupo di Pretoro ed altre destando l’ interesse di importanti antropologi quali il prof. Diego Carpitella, la prof.ssa Maria Luisa Meoni. Raccontava che all’ inizio degli anni ’70, durante un reportage delle Farchie, scoppió un violentissimo temporale. Trovó riparo sotto una tettoia insieme ad altri due fotografi inglesi e parlando con loro, scoprí che si trovavano lí perché avevano visto un interessante reportage della festa, pubblicato su una importante rivista inglese. Quel servizio era stato realizzato da Iammarrone. Sul finire degli anni ’60, il suo lavoro di fotografo lo portó ad entrare in contatto con il mondo artistico pescarese prima e abruzzese in seguito. Immortala nei suoi scatti, sempre animato dal suo spirito di ricerca introspettiva, gli artisti, le loro opere e gli eventi a loro correlati, instaurando importanti rapporti di amicizia e stima reciproca. Sempre negli stessi anni si incontra e stabilisce una bella amicizia con il famoso reporter di Epoca Mario De Biasi, con lui lavora per un servizio fotografico della cittá di Pescara. Oltre all’ ambiente artistico frequentó, negli anni a venire, anche il mondo degli intellettuali e degli scrittori fotografando personaggi illustri quali: Ignazio Silone, Mario Luzi, Rita Levi Montalcini e tanti altri. Il 7 agosto 1980 apre lo studio fotografico nel centro della cittá , divenedo ben presto un punto di riferimento per i molti appassionati e i neofiti della fotografia di quegli anni. Al suo interno, le professionalità mutavano al servizio di un tipo di lavoro diversificato, per coprire esigenze anche di tipo commerciale e industriale. Oggi lo studio é gestito da due dei tre figli Paolo e Silvia, che hanno raccolto sapientemente l’ereditá fotografica del padre. Nel corso della sua carriera, Giuseppe Iammarrone, ha conseguito numerosi riconoscimenti e le sue immagini appartengono agli archivi di musei e istituzioni culturali. Tra le ultime pubblicazioni va ricordato il volume “Le Farchie“ edizioni Tracce del 2002, con i testi di : Maria Luisa Meoni, Daniele cavicchia, Annarita Ciprelli; “Riti propiziatori in Abruzzo” edizioni Textus del 2007. Quando gli veniva chiesto come mai faceva il fotografo rispondeva sempre sorridendo “faccio il fotografo perché non so scrivere“. Giuseppe Iammarrone scompare il 28 marzo 2006.